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Come prevenire il mal di schiena? Abitudini semplici per una postura migliore

Stefano Pellacanidi Stefano Pellacani· 28/08/2026 16:40
Come prevenire il mal di schiena? Abitudini semplici per una postura migliore

La prima volta che ho capito davvero cosa significa “tenere la schiena”, non è stato in una palestra, ma su un marciapiede bagnato all’alba. Venivo da una notte di creatività forzata in agenzia, una di quelle in cui ti convinci che la tua sedia girevole sia un’estensione del corpo. Il caffè era freddo, la schiena un sasso. Presi a camminare per scuotere la stanchezza: tre isolati dopo, un gesto semplice — le scapole che scivolano giù, il mento che rientra di un dito, il respiro che si apre — e il dolore cedette di un millimetro. Ci ho messo anni a riconoscere quel primo segnale. Oggi lo ricordo ogni volta che allaccio le scarpe: la postura non è una posa, è un racconto che fai al tuo corpo, passo dopo passo.

Quando ho lasciato la pubblicità per correre, non cercavo record ma un modo più onesto di stare in piedi. La schiena mi ha insegnato la grammatica della quotidianità: come ti siedi, come guardi lo schermo, com’è appoggiato il piede mentre aspetti il tram. Sono abitudini minuscole, capaci di spostare il baricentro di una giornata.

La postura comincia dove finisce lo sguardo

In ufficio o a casa, la schiena segue gli occhi. Se lo sguardo scivola in basso, la testa lo insegue di qualche grado, e quel peso moltiplica la fatica delle vertebre cervicali come una borsa troppo carica. La prima cura è semplice: porta lo schermo più in alto, a un’altezza in cui lo sguardo cada orizzontale. Bastano un paio di libri, una base improvvisata, l’idea che non devi inchinarti al dispositivo. Senti le clavicole aprirsi come finestre. Le mani trovano la tastiera con i gomiti morbidi, i piedi poggiano interi a terra, non in punta, non a mezz’aria. È l’alfabeto della stabilità.

La parola “ergonomia” mi è sembrata a lungo un vezzo da catalogo. Poi ho scoperto che è un ponte tra progetto e corpo. Ergonomia non è un accessorio, è una cultura dello spazio: distanze, altezze, luci che evitano al corpo di chiedere scusa a ogni movimento. Se lavori a lungo da seduto, pensa alla sedia come a un compagno di corsa: schienale che sostiene il bacino, non lo insegue; sedile che non spinge le cosce; supporto lombare che non ti incastra, ma ti ricorda dove sta il centro.

Interruzioni brevi, sollievo lungo

Non esiste sedia capace di vincere un’ora immobile. Il corpo chiede ritmo. Ogni trenta o quaranta minuti, alzati prima che la schiena lo domandi con una fitta. Cammina fino alla finestra, bevi un bicchiere d’acqua, lascia che le anche disegnino un cerchio piccolo, come una chiave che apre la serratura del bacino. Due minuti bastano. Se hai una telefonata, falla in piedi, con il peso che passa da un piede all’altro come una marea lenta.

Nel correre ho imparato che il dolore non è un nemico, è una notifica. Arriva quando le strutture intorno alla colonna perdono tono o elasticità. Allora inventa micro-rituali: mentre aspetti il caffè, allunga il polpaccio sul bordo di una sedia e respira. Davanti allo specchio, lascia scendere le spalle e immagina un filo che ti solleva dalla sommità del capo. Nella pausa pranzo, tre allungamenti dell’anca: un passo in avanti, il bacino che scivola, il busto alto. Non serve il cronometro; serve costanza, come nei chilometri costruiti a mattine tranquille.

Il centro che sostiene: forza e mobilità insieme

La schiena non lavora sola. Il suo equilibrio dipende dall’addome profondo, dai glutei, dai muscoli che abbracciano il bacino. Pensa al “core” come a un corsetto attivo che si accende con il respiro. Un esercizio semplice: stenditi supino, piega le ginocchia, appoggia la mano sotto il punto in cui finisce lo sterno. Inspira dal naso lasciando che le costole si aprano verso i lati, poi espira lentamente e senti l’ombelico avvicinarsi alla colonna. Non schiacciare la schiena a terra con forza: accompagna il movimento, lascia che la zona lombare trovi la sua curva naturale. Quattro respiri così, ogni giorno, costruiscono più di quanto immagini.

La mobilità è l’altra metà della storia. Femorali rigidi e anche bloccate sono come strade dissestate sotto un’auto ben motorizzata. Prima di sederti, fai scivolare il tallone avanti e indietro, senti il retro della coscia allungarsi senza strappi. In piedi, con le ginocchia morbide, inclina il busto in avanti mantenendo la schiena lunga, non rotonda, fino a sfiorare le mani alle tibie. Torna su vertebra dopo vertebra, come se stessi arrotolando un nastro. Il corpo ricorda le traiettorie gentili.

Camminare e correre senza caricare la colonna

Mi piace pensare alla corsa come a un dialogo con la gravità. Quando spingo troppo, la schiena si irrigidisce e fa la voce grossa. Quando assecondo il terreno, la colonna diventa un’antenna. Se cammini molto, prova una catena di piccoli gesti: piede che atterra sotto il corpo, non lontano davanti; passo più corto, cadenza leggermente più alta; braccia vive ma calme, che bilanciano senza sforzo. Nel correre, evita di sollevarti come su molle: lascia che l’impatto sia elastico, distribuito tra caviglie, ginocchia e anche. La schiena ringrazia, perché non è costretta a farsi scudo di tutto.

Una lezione che ho imparato tardi: la spinta nasce dal bacino, non dalle spalle. Quando i glutei lavorano, la zona lombare smette di prendersi un carico che non le spetta. Prima di uscire, cinque affondi lenti e controllati possono cambiare la storia del tuo allenamento. E se preferisci camminare, pensa al tallone che accoglie e all’avampiede che restituisce, come un pendolo ben oliato.

Respiro e testa: l’asse invisibile

Il respiro è la cinghia di trasmissione della postura. In giornate tese, il torace si accorcia e la schiena si difende. Prova un esercizio semplice, ovunque: conta quattro mentre inspiri, senti le costole che si aprono in cerchio; trattieni un battito, poi espira in sei, come se volessi appannare un vetro senza rumore. La muscolatura intorno alla colonna riceve un massaggio interno, la testa si alleggerisce, le spalle lasciano andare.

La componente mentale non è un contorno. Quando preparavo la mia prima maratona, ho scoperto che la postura cadeva nei chilometri in cui la testa andava in disordine. Ho cominciato a darmi appuntamenti con me stesso: ogni cinque minuti, un check rapido — dov’è il mio sguardo? Dove appoggiano le scapole? Il mento guarda l’orizzonte o il pavimento? In dieci secondi, l’assetto cambia. È allenamento mentale applicato al corpo, un muscolo di attenzione che cresce come qualunque altro.

Casa, lavoro, città: un ecosistema che aiuta

Prevenire il mal di schiena è anche una questione culturale. Nelle aziende virtuose, la postazione è pensata, non subita, e non solo per generosità ma per buon senso. In Italia, il quadro della sicurezza sul lavoro ha un riferimento preciso: Legge 81/2008. Dentro quelle righe c’è l’idea che il benessere non sia un optional. A casa, possiamo fare la nostra parte: luci che non costringono a strizzare gli occhi, tavoli a un’altezza che non piega il collo, telefoni che si alzano all’altezza degli occhi, invece di trascinarci in avanti.

La città, poi, diventa palestra se lo vogliamo. Due fermate prima per scendere e camminare, scale al posto dell’ascensore, la borsa che alterna spalla ogni mezz’ora. Non sono gesti eroici, ma tasselli che sommano. Quando li ripeti, il corpo li riconosce e li anticipa: la schiena non attende più l’emergenza, costruisce prevenzione.

Quando chiedere aiuto e come ascoltare i segnali

C’è una differenza tra fastidio e dolore che limita la vita. Se il sintomo persiste o si irradia, se compare formicolio o perdita di forza, è tempo di consultare un professionista. Un fisioterapista o un medico sportivo può leggere la tua storia di movimenti meglio di chiunque altro. Ma anche qui le abitudini contano: arriva alla visita con una piccola mappa della tua giornata, annota quando compare il fastidio, in quali movimenti si spegne. È materiale prezioso, come i parziali di una gara lungo il percorso.

La prevenzione parte sempre da un ascolto gentile. Nei periodi di stress, riduci l’intensità ma tieni la frequenza: movimenti brevi e quotidiani valgono più di una seduta eroica a settimana. Se salti un giorno, non trasformarlo in colpa. Riprendi dal passo più semplice: sederti bene, fare un respiro che allarga le costole, sollevare lo sguardo all’orizzonte. Sono i chiodi solidi su cui appendere il resto.

Ripenso a quel marciapiede bagnato e alla prima volta in cui il dolore ha fatto un passo indietro. Non c’era un pubblico, non c’era un traguardo, solo la città che si svegliava e un corpo che imparava un gesto nuovo. Da allora ho capito che prevenire il mal di schiena non è una guerra, è una trattativa paziente. Ogni giorno metti sul tavolo piccoli accordi: lo schermo allineato, la pausa che arriva prima della fitta, il respiro che guida, le anche che si aprono, i piedi che appoggiano interi. Alla fine della giornata, quando posi le chiavi e senti la colonna lunga, capisci che la vittoria sta lì: nello spazio guadagnato tra te e la gravità, nello stare in piedi senza chiedere permesso.

Stefano Pellacani
Stefano Pellacani

Dopo aver lasciato una carriera nella pubblicità, Stefano si è dedicato alla corsa e alle maratone come percorso di rinascita personale. Racconta come lo sport possa essere uno strumento di cambiamento, motivando i lettori con storie vere e semplici esercizi di allenamento mentale.